Molto spesso si sente parlare di fame nervosa come di uno stimolo a mangiare di natura non fisiologica ma psicologica.

Diversi studi dimostrano come la nostra alimentazione risenta di vari stimoli anche complessi. Spesso la sensazione di fame fisiologica non riusciamo più ad avvertirla. Questo è tipico dei disturbi alimentari quando la sensazione di fame e sazietà sono talmente alterati tanto da  arrivare a perderli del tutto. Sembra cioè di non avere mai fame così come di non essere mai sazi.

L’alimentazione è un processo complesso che risente dei nostri stati d’animo. Ciò significa che spesso non solo non sentiamo lo stimolo della fame, ma ci sembra di avere fame quando in realtà speriamentiamo altre emozioni. Quando cioè il ricorso al cibo è su base emotiva, si parla di emotional eating.

Alla base di questo comportamento ci possono essere i più vari sentimenti e le più varie esperienze psichiche. Per esempio l‘ansia: quando si sperimenta una situazione ansiogena o propriamente ansiosa, si può utilizzare il cibo per mettere a tacere il pungolo continuo allo stomaco.

Ma anche vissuti di noia, provocano il ricorso al cibo al fine di attutire la percezione sgradevole di non sapere cosa fare.

Uno studio interessante rileva come l’emotional eating sia più frequente fra le donne che soffrono di depressione, associaciato ad una capacità di percepire le emozioni ed i propri vissuti più intensa.

Anche le “sensazioni positive” ci portano a mangiare, come ad esempio la gioa, il benessere, la soddisfazione. Così come le “sensazioni negative”, quali la frustrazione, la tristezza, la colpa. In questi casi si crea un circolo vizioso che determina in realtà un peggioramento di certi stati d’animo con un ulteriore ricorso al cibo.

Prima di tutto, nell’affrontare la fame nervosa, va evidenziato come in realtà non esistano sensazioni negative e sensazioni positive, cosa che in realtà siamo portati a considerare.

Esistono i nostri vissuti esperenziali, quello che proviamo, che non dovremmo nè giudicare nè condizionare con connotati positivi o negativi. Questo perchè il giudizio sulle nostre emozioni comporta di per sè un vincolo rispetto a come le viviamo e come ci sentiamo.

Da questa premessa, possiamo quindi arrivare a considerare come un comportamento disfunzionale (cioè a noi non utile) quello che associamo alla percezione delle emozioni. Non esistono emozioni migliori o peggiori ma possono esistere comportamenti più o meno dannosi che vi associamo. Per questo può accadere che per gestire certi stati d’animo, ricorriamo al cibo.

E’ la percezione di una emozione che ci fa andare a mangiare perchè non riusciamo a tollerarla in altro modo. E’ la stessa base psicologica che determina il binge drinking, il bere su base emotiva. Quando associamo un comportamento potenzialmente disfunzionale ad un vissuto emotivo. Si viene quindi a creare un meccanismo di grignottage (pilucchiamento) o di abbuffata (binge eating) per questa nostra incapacità a gestire e tollerare determinati vissuti emotivi.

E’ stato visto come l’emotionl eating sia presente anche nei bambini e negli adolescenti e generalmente si correla a sovrappeso. Molto spesso può essere un segnale premonitore di un vero e proprio disturbo alimentare.

Cosa fare? Nei bambini si consiglia di agire attraverso il gioco coinvolgendo i genitori che devono aiutare il piccolo ad imparare ad interpretare il vero stimolo della fame.

Negli adolescenti e negli adulti si cerca di mettere a fuoco quali sono le situazioni e quindi gli stati d’animo più a rischio che l’individuo ha difficoltà a gestire. Fatto ciò, si cerca di elaborare strategie diverse per affrontare il disagio, logicamente con aiuto di specialisti.

Le tecniche terapeutiche di ultima generazione si basano sul mindful eating, derivante dal concetto di mindfulness. Questo approccio terapeutico si è rivelato molto efficace perchè insegna come tollerare le emozioni stando nel presente, cioè nel qui ed ora. Vengono insegnate tecniche che determinano una diversa gestione delle emozioni e degli impulsi.