La riabilitazione alimentare è un processo terapeutico che viene messo in atto quando c’è un disturbo del comportamento alimentare.

Lo scopo è quello di ripristinare una corretta alimentazione ed arrivare ad un peso corporeo sano.

L’approccio all’anoressia, alla bulimia ed all’obesità è multidisciplinare. Vi deve essere la compartecipazione di alimentaristi, psicologi, psichiatri ed internisti.

Infatti il disturbo alimentare ha una chiara etiopatogenesi psichiatrica ma comporta importanti alterazioni sia dal punto di vista nutrizionale che fisico. Quindi prima di tutto è importante una valutazione della situazione organica con esami ematici ed elettrocardiogramma e un’accurata anamnesi alimentare.

Per effettuare la riabilitazione alimentare è indispensabile che la paziente sia motivata al cambiamento. In corso di alterazioni alimentari è difficile trovare un soggetto motivato al 100%. Perchè comunque il disturbo alimentare è in qualche modo funzionale. Deve però esserci una parte (la parte sana) della ragazza disposta a mettersi in gioco per modificare la sintomatologia presente.

Qualora non vi fosse questa predisposizione al cambiamento, la prima cosa da fare è un intervento motivazionale, valutando i pro ed i contro della situazione in cui la paziente versa.

La riabilitazione alimentare può essere attuata in un contesto ambulatoriale o residenziale.

Ci sono precise indicazioni al ricovero in ambiente protetto che sono: BMI inferiore a 16 (ricordando che il BMI è il peso diviso l’altezza al quadrato), la presenza di sintomi invalidanti le normali attività quotidiane (per esempio vomito autoindotto plurigiornaliero), pensieri autolesivi, discontrollo su vari impulsi non gestibile ed infine una situazione familiare compromessa.

Sia nel trattamento ambulatoriale che di ricovero la riabilitazione alimentare si avvale di semplici e precise regole: si stabiliscono degli obbiettivi di cambiamento del piano alimentare e con l’aiuto di un sostegno psicologico, si cerca di metterli in pratica.

Il primo passo in caso di completa confusione alimentare sia di estrema restrizione che di abbuffate discontrollate, è ripristinare il normale ritmo cronobiologico: cioè effettuare colazione, spuntino a metà mattina, pranzo, spuntino a metà pomeriggio e cena. Inizialmente non è importante quanto si mangia, ma non perdere il ritmo.

Successivamente si passa a cercare di effettuare tutti i pasti in maniera completa seguendo il piano alimentare concordato con la dietista.

Nel caso dell‘anoressia, ci si basa sul concetto che il cibo è una medicina e come tale deve essere assunto, concordabdo di lasciare il controllo all’equipè curante. Bisogna quindi affidarsi e fidarsi.

Nel caso della bulimia e del disturbo da alimentazione incontrollata, sono state ultimamente introdotte metodiche terapeutiche di terza generazione, basate sul concetto di mindfulness. Si cerca di far vivere le pazienti in maniera più consapevole, concentrandosi sul qui e ora, assaporando in pienezza il momento presente.

Questo stesso orientamento si estende all’alimentazione con il concetto di minduf eating. Ci si ciba cioè in maniera consapevole, concentrandosi sulle caratteristiche dell’alimento. Questo fa sì che si attenui la perdita di controllo sul cibo.

Nell’ambito della riabilitazione alimentare ci può essere una prescrizione farmacologica, essenzialmente correlata all’integrazione di ciò che può essere risultato deficitario negli esami del sangue. Si cerca poi di arrivare a coprire il fabbisogno di ogni elemento tramite i nutrienti alimentari, cioè cercando di raggiungere una alimentazione il più possibile vicino alla norma seguendo lo schema della piramide alimentare.

Per quanto riguarda invece la terapia psicofarmacologica, questa non sempre è indicata nei trattamenti di riabilitazione alimentare.

Deve essere valutata caso caso a seconda delle necessità individuali.